di circolomanifestotrieste

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LA MOBILITAZIONE CONTRO TTIP, CETA e TISA CONTINUA.

 

Il 18 marzo a Trieste appuntamento di informazione e dibattito presso EATALY , Riva Gulli 1 alle ore 17.30 in Aula didattica. Una nota del Comitato STOP TTIP/NO CETA di Trieste.
C’è un filo rosso, anzi nero (anche se il colore dei soldi è verde ma è antipatico dirlo) che lega il Canada al Lussemburgo ed è la rincorsa a chi fa meglio sull’allargare le maglie delle politiche di elusione fiscale, a soddisfare le filosofie ed appetiti di corporations e multinazionali, a sottacere o voltarsi dall’ altra parte se si tratta di accogliere o riciclare denaro e ricchezze la cui provenienza, forse, anzi quasi certa, che non è né trasparente né tantomeno legittima, ma poichè pecunia non olet si aprono le cassaforti, si stampano altre banconote, si chiudono tutti e due gli occhi.
Non è un mistero per nessuno che il Canada sia diventata sede, principale e/o secondaria di molte multinazionali USA, per restare nel settore agroalimentare: citeremo la Nestlè che si è sistemata in Sheppard Avenue West a NorthYork , distretto di Toronto nell’ Ontario, la Molson Coors Brewing Company di Denver che a suo tempo aveva comprato la Pilsner cecoslovacca e che utilizza la Divisione Canadese di Toronto per l’ acquisizione di altri marchi famosi, soprattutto europei, ed ha concentrato la produzione in tre stabilimenti a Moncton , Vancouver e Calgarys. Ed anche la Constellations Brands, la cui sede è a Mississagua nell’ Ontario, e che annovera tra le sue acquisizioni, oltre ad alcune marche di icewein canadesi il più famoso Chianti Ruffino di Pontassieve..
 Il Canada, che è l’ottava potenza economica mondiale, e avendo patito ben poco della grande crisi innescata nel 2007, ha potuto avvalersi di questo vantaggio per varare negli ultimi anni alcune leggi che hanno accentuato in senso ancor più liberista, favorevole al mercato, tramite politiche di favore alle imprese ed ai possessori di grandi capitali, tant’è che secondo dati statistici resi noti dal Dipartimento delle Entrate Federali, moltissime aziende canadesi multinazionali hanno avuto una tassazione netta finale pari a circa il 2% dell’ utile prodotto.
In pratica un paradiso fiscale, con un sistema fiscale ibrido e sperequato che incoraggia l’elusione, fondato sulla realizzazione di trust offshore esentasse per cinque anni e che però ha firmato ben 23 accordi TIEA – di scambio di informazioni fiscali con paesi famosi per la loro reticenza, come appunto lo sono i paradisi fiscali. E Veniamo all’ Europa, dove Amazon e Apple pagano le tasse al (o meglio IN) Lussemburgo, paese UE che s’ è istradato sugli orizzonti di Bermuda, Isole Cayman, Antigua e Barbados, ma in versione europea, seguendo l’ esempio di Malta, dei Paesi Bassi, Irlanda, Gibilterra, Monaco e della Svizzera .
Partecipa da buon ultimo ma è al settimo posto nella classifica stilata dall’ OXFAM tra i paesi che, più attivamente subalterni al comando neoliberista delle imprese con la genuflessione ribassista sulla tassazione degli utili d’ impresa, concorrono alla sottrazione di centinaia di miliardi di euro di risorse a contribuenti di tutto il mondo, altrimenti impiegabili – diciamo noi- nella lotta per ridurre la diseguaglianza e la miseria, nonché per creare posti di lavoro.
 Qui accenniamo solo al caso LUXLeaks, uno scandalo che suscitò scalpore nel novembre 2014, allorchè si scoprì come grazie ad accordi fiscali segreti le autorità di quel paese consentirono a 340 tra aziende e banche multinazionali di pagare tasse irrisorie avvalendosi di un regime fiscale con una aliquota irrisoria, a volte minore dell’ 1% , e ciò attraverso accordi fiscali occulti. Solo IKEA PEPSI, GAZPROM, AMAZON, DEUTSCHE BANK ma anche 31 imprese e banche italiane, FIAT, FINMECCANICA, UNICREDIT, Intesa San Paolo. A questo punto ricordiamo come, incidentalmente dal 1995 al 2013 il Ministro delle Finanze fosse stato il democristiano Jean Claude Juncker, poi nel 2014 divenuto Presidente della Commissione Europea, inflessibile e spietato verso il governo greco che vinte le elezioni chiedeva alla UE la rinegoziazione del debito come riparazione al disastro sociale provocato dalle sue politiche e da quelle dei sui sodali. E che ora si sta spendendo per l’ approvazione del CETA ( “Comprehensive Economic and trade Agreement”) con inusitato fervore, sostenendo i vantaggi ed i pregi che quell’accordo porterebbe con sé. Accadrebbe invece ben altro, si imboccherebbe una strada sbagliata che darebbe più fiato alle pulsioni protezioniste ed isolazioniste, di dissoluzione dell’ Europa agitata dalle destre, mentre si lascerebbe mano libera alla versione più estrema del neoliberismo finanziario che considera la costruzione europea come luogo di scorreria ed insediamento delle proprie ramificazioni societarie, nonchè come una sorta di paradiso fiscale allargato per le imprese che controlla e che, in reciprocità si servono del suo sostegno per innalzare a massimi livelli il saggio di profitto della loro attività . Così la UE, mentre si ostina a perseguire obiettivi di deregolamentazione neoliberista ed a solo vantaggio delle imprese, pone le premesse per la distruzione dell’ Europa.
L’ elusione fiscale – che fa perdere in tal modo all’ Europa 150 mld di euro (ricerca condotta dal TAX Research UK)- è stata promossa e facilitata da governi succubi a quella filosofia e le imprese che i governi attirano sui territori con offerte al ribasso su tasse, controlli e diritti sociali, in una esasperata corsa al ribasso che va in parallelo con politiche di compressione della spesa sociale, di negazione di diritti e tutele sociali dei lavoratori non sono la risposta ma il problema che oggi fa crescere disuguaglianza e disoccupazione, con poca crescita del PIL e scarsissimi segnali di ripresa. In questo quadro di tappeti rossi alle multinazionali si inserisce il CETA.
Sia chiaro che il CETA non è il fratello minore del TTIP, ma in questa fase è semmai l’ apriscatole per demolire e saccheggiare quanto resta dei settori strategici e delle filiere del sistema produttivo europeo ,un attacco che è iniziato il 6 maggio 2009, data allora una dichiarazione congiunta UE/ Canada che aprendo l’ agenda dei negoziati tutt’oggi in corso dichiarava le finalità che quell’ accordo si proponeva: la rimozione delle barriere non commerciali o tariffarie ma di quelle volte al controllo delle importazione e delle esportazioni a tutela di interessi specifici come la sicurezza alimentare e la sicurezza del lavoro, il rispetto delle norme ambientali e sanitarie.
Ed in più, come nel TTIP , il CETA prevede un collegio arbitrale ristretto per dirimere le controversie tra Stato ed imprese, dove il “giudice” sarebbe scelto dal presidente della banca Mondiale, nominato dagli USA, insomma oggi sarebbe sufficiente alle Multinazionali USA a parziale soddisfazione dei loro appetiti la sola approvazione del CETA per agire in Europa avvalendosi delle loro controllate canadesi. L’ esempio della ELILILLY , una azienda farmaceutica americana che è attualmente in giudizio contro il governo canadese, è uno dei tanti. Ora il rinvio del voto lo scorso 22 febbraio al Senato è un buon segno ma non basta, bisogna che in Italia ed in Europa si rafforzi e si estenda una più larga mobilitazione contro questo tentativo , di sottrazione di democrazia e di alterazione delle regole commerciali a vantaggio di logiche di profitto, non è protezionismo inoltre disconoscere i diritti dei cittadini ed il ruolo delle istituzioni che li tutelano.
 Quindi si richiede che il trattato, secondo le stesse regole previste dalla UE, possa essere discusso da tutti i cittadini perchè le materie che contempla vanno oltre la mera regolamentazione commerciale ma invadono la sfera privata di tutti i cittadini. Se a giugno il Consiglio d’ Europa dovesse esprimersi, senza aver ottemperato al passaggio che richiediamo, il futuro dell’ Europa si farebbe ancora più oscuro. Marino Calcinari Comitato StopTTIP Trieste
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