di circolomanifestotrieste

 

I fatti dell’8 ottobre 1966 (cinquant’anni fa).

diDario Visintini

 

Ottobre 1966:

 

di fronte alla decisione del CIPE ( Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) di ristrutturare i cantieri fino a prevedere la loro chiusura come cantieri di costruzione navale, a Trieste come a Genova, ci fu una grossa protesta popolare. In Barriera, all’inizio di via Molino a vento, ci fu un tentativo di barricata: il muro fu demolito per aver pietre da lanciare contro le forze di polizia ( terzo celere di Padova, due battaglioni di carabinieri da Gorizia e da Cuneo specializzati nella repressione), che agivano anche con candelotti lacrimogeni sparati da viale Sonnino perfino nelle finestre delle case popolari di via Molino a vento.

850 i fermati di cui 108 poi ,in stato di arresto. Alcuni furono processati accusati di devastazione specie a causa dell’assalto alla sede ACLI di San Giacomo, non avendo le ACLI aderito allo sciopero semispontaneo.

 

Tutto ciò dimostra come alle scelte antipopolari dei governi una parte della popolazione reagisca spontaneamente o semi spontaneamente.

Ci fu anche un manifesto (Pci di Vidali) “Trieste insorga contro il piano CIPE”.

Mancò una guida organizzata: non ci fu il diffondersi di una coscienza politica.

Ci fu una promessa di assorbire una parte della forza lavoro che si perdeva con i cantieri, con la Grandi Motori Trieste, che fu solo una fabbrica di assemblaggio di motori costruiti nel Sud del mondo e che poi da proprietà statale, infine dopo vari passaggi, finì coll’essere una fabbrica di proprietà di una multinazionale (ora Wartsila)

Nessun indotto come invece era stato per il cantiere di costruzione navale compresa la Fabbrica Macchine di Sant’Andrea.

 

Tutto ciò dimostra ampiamente quanto sia importante la lotta di classe, lotta politica, che si ponga come obiettivo un sistema produttivo, senza profitti d’oro per pochi, ma con sicurezza di posti di lavoro e soprattutto con prospettive per la gioventù specie ma non solo proveniente da studi di tipo tecnico.

L’8 ottobre ’66 vide purtroppo una scarsa o nulla partecipazione degli studenti in piazza, non si era ancora infatti arrivati all’esplosione del movimento giovanile che avviene nel 1968.( Infatti ci furono movimenti nel giugno del ’68 che videro una ripresa della lotta per i cantieri e la lotta vide una maggior presenza giovanile).

 

IN CONCLUSIONE :

l’8 ottobre 1966 sta a dimostrare che c’è un potenziale di ribellismo in una parte del popolo quando è colpito nei suoi interessi vitali( lavoro e salario),ma che se manca una prospettiva politica alla lotta spontanea e semispontanea, il movimento si ferma con l’accettazione di obiettivi che spesso sono solo dei palliativi offerti dal sistema per bloccare una presa di coscienza rivoluzionaria e impedire la formazione di un fronte di lotta più vasto , unico, che possa darsi l’obiettivo di rovesciare i rapporti sociali attuali, di impedire la divisione del movimento accontentandone solo una parte e, quasi sempre, ottenere che una parte ” privilegiata a suo modo ” si distacchi dal resto delle masse in lotta.

Oggi questo gioco può essere ancora più pericoloso, nell’attuale fase di crisi del sistema. Può addirittura portare all’accettazione di un’economia di guerra.

Oggi è tempo di fare un esame preciso delle classi sociali, e dei soggetti politici capaci di essere costruttivamente all’interno della lotta sociale, per riuscire ad unire tutti gli interessati al cambiamento in un unico fronte, coerentemente anticapitalista.

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