Goodbye Syriza, la Troika gioisce. Per Tsipras si apre la fase 2

di circolomanifestotrieste

TSIPRAS

 Syriza,

 

 

È nata nel 2004 per porre fine all’estrema frammentazione della sinistra ellenica, in contrapposizione a centrodestra e centrosinistra, “entrambi figli del neoliberismo”. Il Pasok come Neo Democratia. A tale principio non è mai venuta meno. In greco significa “coalizione della sinistra radicale”.

È diventata un partito unico soltanto dopo un lungo e farraginoso processo interno. E, soprattutto, alle elezioni di gennaio – rompendo con quel bipolarismo corrotto e screditato – ha rappresentato agli occhi dei greci l’unica alternativa credibile per uscire dai memorandum e dall’austerity. Grazie alla contaminazione coi movimenti, anche più radicali, e a significative pratiche di autorganizzazione e mutualismo dal basso (mense popolari, farmacie e ambulatori gratuiti, cooperative socio-lavorative, scuole popolari, riallacci delle utenze per i bisognosi) supplendo alle manchevolezze dello Stato, ha incarnato la speranza di cambiamento.

La forza di Syriza: un partito radicato socialmente, vicino ai movimenti, e coerente. Ecco, quella Syriza, presa come modello da molte sinistre europee, va a pezzi. In frantumi. La fine di un’esperienza, almeno quella conosciuta finora. Si apre per il partito una seconda fase, da scoprire. Dopo la pace punitiva inflitta ad Alexis Tsipras all’Eurogruppo del 12 luglio scorso, siamo ad un’altra schiacciante vittoria delle Istituzioni: la scissione di Syriza rientra, infatti, nei piani originari della Troika che ora ha da gioire.

Sarebbe riduttivo banalizzare il tutto come una divisione interna tra “duri e puri” e “moderati”. Le cose, spesso e volentieri, sono più complesse. In Italia si tende purtroppo a banalizzare, tifare ed etichettare. Alexis Tsipras da nuovo Che Guevara è diventato, per qualcuno, un “traditore”; altri che prima lo definivano un “populista euroscettico” ora lo elogiano come politico responsabile. Tante parole, pochi ragionamenti e consapevolezza dei fatti. Andiamo con ordine.

Tsipras non è passato al soldo della Bilderberg né nel campo dei nemici, ma sicuramente – come lui stesso ammette – ha commesso gravi errori durante i 5 mesi di trattativa con l’Eurogruppo. Innanzitutto ha sottovalutato i rapporti di forza con quell’Europa che ha gettato (per suo merito, va detto) definitivamente la maschera e mostrato il proprio crudele volto; in qualche momento il leader ellenico ha ipotizzato, e sognato, che la piccola Grecia potesse cambiare l’Europa. Che Davide potesse sconfiggere Golia.

Una sottovalutazione dovuta dalla mancata consapevolezza del ruolo del Pse nella partita. Convinto che Francia e Italia, Hollande e Renzi, dopo la vittoria referendaria dell’OXI ad Atene, avessero sostenuto la sua posizione all’interno dell’Eurogruppo rompendo il proprio isolamento. Non è avvenuto, anzi. Il Pse si è schierato con Angela Merkel invitando la Grecia a rientrare nei ranghi. Infine, l’errore più grande: non aver mai ipotizzato un piano B. L’accusa mossa dall’ex ministro delle Finanze, dimissionario, Yannis Varoufakis il quale, in una recente intervista al giornale Journal du Dimanche oltre a criticare Tsipras, bacchetta Hollande:

“La logica di Schäuble è semplice: la disciplina è imposta alle nazioni in deficit. La Grecia non è poi così importante. Il motivo per cui l’Eurogruppo, la Troika, il Fondo monetario internazionale hanno speso così tanto tempo per imporre la propria volontà su una piccola nazione come la nostra, è che siamo un laboratorio di austerità. Ciò è stato sperimentato in Grecia, ma l’obiettivo è ovviamente quello di infliggerlo alla Francia, per il suo modello sociale, il suo diritto del lavoro”.

Insomma, punire la Grecia per educare la Francia e l’Italia. I veri obiettivi.

Chiudendo l’accordo all’Eurogruppo e il recente piano di salvataggio, Tsipras ha eluso il programma elettorale di Salonicco deludendo le aspettative di quel popolo che si era schierato al referendum, col 63 per cento, contro un nuovo, ennesimo, memorandum. Ha dovuto ingoiare la cicuta e snaturare i suoi piani originari partendo da una fondamentale premessa: la maggioranza dei greci – sondaggi alla mano – vuole ancora rimanere nell’eurozona e nella moneta unica.

La sua partita è in chiave europeista, ad essa non vede vie di fuga, e adesso punta all’alleggerimento del debito e a politiche per tutelare i cittadini più deboli all’interno della cornice del memorandum. Cosa ardua. Quasi un’impresa. Ci riuscirà? Del sano riformismo sociale che si posizionerebbe sul crinale scivoloso lungo cui cercare di modificare da dentro l’Unione europea. Prospettiva che guarda alla possibilità di costruire un asse con altri Stati, in particolare con la Spagna di Podemos, l’Irlanda dello Sinn Fein e la Gran Bretagna di Corbyn. Si sarebbe persa una battaglia il 12 luglio, non la guerra.

Le divergenze in Syriza sono sul piano strategico. La minoranza di Panagiotis Lafazanis ha deciso di andarsene per fondare Unità Popolare pensando di rompere con l’Europa: “Non possiamo lasciare orfani i greci che non vogliono quest’Europa”. La Grexit come piano B da giocarsi, mentre Tsipras avrebbe tradito il popolo ellenico. Una prospettiva no euro che guarda con simpatia al ritorno alla dracma.

Il vero tema – che interroga tutti noi – è quindi l’Europa e la sua capacità di modificarla dal suo interno o meno. Intanto si palesa, in Grecia, una terza fazione. Quella del segretario dimissionario del partito, Tasos Koronakis (così anche Varoufakis, per intenderci), che critica Tsipras ma non ha seguito la scissione di Lafazanis. Una visione europeista, ma più intransigente rispetto a quella di Tsipras.

E ora? Chi vincerà le elezioni? Proprio sull’Huffington Post, la direttrice Lucia Annunziata scriveva giustamente qualche giorno fa:

“Tsipras ha manovrato la leva elettorale con spericolatezza, sapienza, furbizia e cinismo. In pochi mesi ha vinto nelle urne con un programma di sfida all’Europa, poi ha fatto un referendum per avere dalla sua parte di nuovo i cittadini nel “no” alle condizioni poste dall’Europa, e oggi, dopo aver ottenuto un accordo con i creditori, va di nuovo alle urne per chiedere al popolo di esprimersi con lui o contro di lui. Una vera e propria partita a scacchi, una sorta di permanente guerra di posizione per via di ballottaggio. Su abilità e coraggio, nulla da dire”.

Abilità e coraggio. Ma anche furbizia, decisionismo e strategia. Tsipras ha bruciato tutti sul tempo. Dando le dimissioni già in agosto, Lafazanis – seguito comunque da pezzi da 90 del partito come lo storico partigiano Manolis Glezos – è stato costretto ad anticipare i tempi della scissione. Neanche le forze contendenti (Neo Demokratia e Alba Dorata) sembrano pronte per una competizione elettorale, ancora alle prese con vicissitudini interne. Si voterà quasi certamente il 27 settembre, quel giorno dovrebbe essere rieletto Alexis Tsipras con l’Unità Popolare di Lafazanis – sostenuta da alcuni movimenti – data nei primi sondaggi tra il 5 e l’8 per cento.

Rivincerà Tsipras, un leader a cui i greci non vedono alternativa. Rivincerà Syriza, una Syriza 2.0, diversa da quella conosciuta finora. Perché la Syriza di “lotta e di governo” è durata soltanto 6 mesi al potere. Da gennaio a luglio. Ed è una sconfitta per tutti, che dovrebbe far riflettere. E una vittoria della Troika

Il giorno 26 agosto 2015 13:51, Alfonso Gianni <algianni@katamail.com> ha scritto:

In risposta all’articolo pubblicato sull’Huffpo da Giacomo Russo Spena, è in uscita nel mio blog il pezzo che segue nel quale cerco di dare alcune risposte. Grazie dell’attenzione.

Alfonso Gianni

 

In risposta a Russo Spena sugli errori di Tsipras

 

Capita purtroppo di rado di leggere delle critiche non faziose né infantili alle scelte operate da Tsipras in queste settimane.  Quindi,  quando questo avviene, non va persa la discussione per approfondire il dibattito. Nella fattispecie mi riferisco all’articolo di Giacomo Russo Spena, postato nel suo blog, che insieme a Matteo Pucciarelli è stato tra i primi a scrivere in modo approfondito dell’avventura di Alexis Tsipras e di Syriza.

Le critiche di Russo Spena, possono essere così sinteticamente riassunte: Tsipras avrebbe sottovalutato i rapporti di forza sfavorevoli alla Grecia; non ha compreso il ruolo del Pse, della socialdemocrazia europea, riponendo quindi speranze del tutto infondate in quest’ultima, in Hollande e persino in Renzi; non avrebbe preparato il famoso piano B tanto reclamato da Varoufakis; ha eluso il programma elettorale originario, quello di Salonicco; infine ha ridotto in frantumi Syriza, costruita con tanta fatica.

Sono critiche precise che nessuno può eludere. Non ho l’ambizione di sciogliere d’incanto questi nodi, ma semplicemente di avanzare qualche osservazione.

L’argomentazione della sottovalutazione dei rapporti di forza e del ruolo negativo della socialdemocrazia non può essere  rovesciata su Tsipras. Chiama in causa le responsabilità di quest’ultima. E’ stata proprio la vicenda greca che ha messo a nudo la totale sottomissione della socialdemocrazia europea, o quantomeno della parte più rilevante della medesima, alle politiche di austerity e di inflessibilità nei confronti della Grecia. Si poteva dire che era proprio tutto così anche prima? Certo a pensare male ci si prende sempre, come diceva un celebre personaggio della prima Repubblica italiana. Ma in questo modo si nega, o quantomeno si sottovaluta – qui sì – il peso che hanno i processi reali sulla maturazione delle posizioni delle forze politiche. Non si sarebbe potuto dire che Sigmar Gabriel si potesse collocare addirittura a destra della Merkel,  se il governo greco non avesse costretto ognuno a scoprire le carte. Magra consolazione? Forse. Ma se , come è accaduto in altre circostanze e fasi storiche, la valutazione sui rapporti di forza sfavorevoli avesse inibito fin dall’inizio qualunque resistenza e reazione da parte del governo greco, oggi la situazione politica in Europa, e non solo,  sarebbe molto più grigia e più piatta.  Non si sarebbero aperte le falle vistose che oggi vediamo: il Fmi che dice apertamente ciò che i greci hanno sempre sostenuto, ovvero che il debito di quel paese – e non solo – non è sostenibile senza un taglio del suo valore nominale; Olanda e Finlandia che hanno preso una posizione finalmente non identica a quella tedesca; la stessa riapertura di un dibattito dentro e fuori la Germania sulla intransigenza della Merkel.

A questo va aggiunto un punto essenziale. In autunno si andrà a una discussione sulla ristrutturazione/riduzione del debito greco. Ma la questione non riguarda solo quest’ultimo, ma il debito sovrano dei paesi europei nel loro complesso. Non è il remake della Conferenza di Londra chiesta nel programma di Salonicco, ma è un punto di novità che non ci sarebbe stato senza l’insistenza dei greci. Naturalmente la partita è apertissima e difficilissima su questo fronte, ma, appunto, si è aperta una nuova fase. Come sarà difficilissimo evitare che gli aspetti più odiosi di un “accordo” in sé brutto vengano elusi. Qui c’è un’altra novità che non deve sfuggire. Il governo greco non ha mai presentato l’accordo come una vittoria. Non ha nascosto la sua negatività e i suoi caratteri recessivi. Ma ha chiarito che non esiste solo il testo ma anche il contesto, ovvero ciò che si è movimentato in Europa. E quest’ultimo non è il quadro che i creditori presentavano prima del referendum.

Era possibile un piano B? A parte il fatto che per molti quello avrebbe dovuto essere il piano A (l’uscita dall’euro), ogni piano di riserva sconta la debolezza intrinseca di non potere essere sperimentato. Lo stesso Varoufakis ha detto che se ne è parlato, ma al dunque non vi erano le condizioni per attuarlo. Qui non si tratta di capire in quanto tempo di poteva stampare valuta alternativa o tornare alla dracma – in fondo dettagli, anche se importanti –  ma di come bloccare la fuoriuscita dei capitali in tempo reale, di come indicizzare i salari per reggere l’inevitabile rimbalzo inflazionistico, di come salvaguardare il piccolo risparmio e altro ancora. Concordo che una riflessione maggiore su queste tematiche avrebbe permesso al governo greco e  al gruppo dirigente di Syriza di trovarsi con una via di uscita che non fosse cadere nelle braccia di Schauble, cioè della Grexit pura e semplice. Ma questa è una critica che dobbiamo rivolgere in primo luogo al complesso della sinistra antagonista europea, prigioniera di un dibattito euro – non euro che non porta da nessuna parte. Il limite o gli errori di Tsipras in questo campo vanno quindi molto suddivisi e contestualizzati pur sapendo che mal comune non fa mezzo gaudio.

Proprio la distanza fra il programma di Salonicco e la situazione attuale motiva fortemente la scelta delle elezioni anticipate. Si tratta di chiedere un mandato su un programma diverso, anche se non opposto, come invece dicono gli scissionisti di Syriza e i loro estimatori. Questa scelta porta alla frantumazione Syriza? Anche qui non sottovalutiamo le responsabilità di chi la scissione – tutt’altro che inevitabile –  la promuove, altrimenti facciamo di Tsipras un deus ex machina in assoluto.

Qui arriviamo a un punto rimasto in ombra nella discussione. Ovvero la decisione di andare alle elezioni anticipate doveva passare prima attraverso un congresso di Syriza? La mia risposta è: non necessariamente. Non solo perché la democrazia in un paese è cosa più importante di quella in un partito. Neppure per una questione di tempi. Ma perché è bene che Syriza si tenga fuori dall’idea, che tanto male ha fatto nella storia del movimento operaio, del partito-stato o, nella versione attuale, del partito-governo. Non è Syriza che prende le decisioni per la Grecia, ma il governo eletto in libere elezioni – che Syriza ha contribuito a vincere in modo determinante –  e quando questo non è in grado di farlo perché ritiene il suo mandato esaurito o superato, sono ancora libere elezioni a doversi assumere la responsabilità di tracciare la direzione per il Paese. Non è forse questa un’applicazione concreta di quel mix tra democrazia delegata e democrazia diretta che a livello teorico siamo in molti ad auspicare?

Quanto a Varoufakis. Ho molto apprezzato la sua recente intervista a Le Monde. Mi pare che voglia tirarsi fuori dall’immediatezza delle vicende greche e lavorare di più in uno scenario europeo, per creare un movimento d’opinione che disveli i segreti di trattati capestro come il TTIP. Da qui il suo apprezzamento della figura di Julian Assange e la riproposizione delle ricette per superare la crisi dell’euro elaborate da lui stesso nel 2010 assieme a Stuart Holland e James Galbraith. Meno convincente è che tutto ciò che la Germania fa lo faccia per punire la Francia. Mi pare che i francesi si nortifichino da soli e al di là di qualche dichiarazione il loro allineamento alla Merkel in tutta questa vicenda sia stata la scelta prevalente.

Ciò che ha in mente l’elite tedesca è piuttosto quello di ridurre l’Europa a un protettorato tedesco, rinunciando alla presenza dei paesi che non accettano questa logica e di giocarsi così la sfida della globalizzazione. In parte già avviene con i paesi nordici. Dove si vede che la questione della moneta conta relativamente. La Polonia ha il suo zloty, ma è un pezzo del sistema produttivo allargato tedesco. Uscire dall’euro, per finire in pasto ai mercati finanziari internazionali o essere un ingranaggio ancora più bloccato nella catena di produzione del valore tedesco non è una grande scelta. Ma mi rendo conto che qui la discussione richiede ben altri approfondimenti che lo spazio non concede.

 

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