Quarta Lettera marrana

di circolomanifestotrieste

AL DI LÀ DEL MALE

Quarta Lettera marrana

Questa Quarta Lettera marrana non sa da dove partire, se dalla Parigi ferita e cupa dei primi giorni di gennaio 2015 o dalla Siria sempre più attraversata da stragi. O dalla Libia libera? Il 5 gennaio il presidente francese Hollande ha alluso a un nuovo intervento militare in Libia per risolvere la crisi in corso, l’ennesima, che vede il Paese nordafricano “spaccato in due, sdoppiato: con due Governi, uno riconosciuto dalla comunità internazionale ma confinato nella città orientale di Tobruk, e l’altro a Tripoli, sostenuto dalle forze islamiche [sic] che hanno conquistato la capitale in agosto” (1). Non basta all’Occidente e alla Comunità internazionale aver distrutto un Paese retto da un autocrate ormai pressoché addomesticato e complice, con un intervento voluto soprattutto dall’allora presidente Sarkozy spinto a così santa impresa da Bernard Henry-Lévy: ora si vorrebbe replicare. Anche perché “la situazione è andata via via deteriorandosi, fino alla creazione, lo scorso novembre, di un Califfato islamico nella città orientale di Derna, davanti alle coste greche e non lontano da quelle italiane” (2). La guerra si avvicina a noi, le guerre a noi fanno sentire il fiato sul collo, a poco a poco diventano guerre interne, ma sentite come lontane se non quando esiti di quei conflitti non arrivano nelle nostre città: per certi versi è più lontana da noi la carneficina in Ucraina perché finora non riversa nei nostri confini i suoi rivoli di corpi affamati e feriti, mentre intime sono quelle in Libia e in Siria con il loro carico di vite migranti. Così intime da meritare interventi militari diretti, in Libia, e indiretti, in Siria, nella completa indifferenza delle opinioni pubbliche dei nostri Paesi, destate solo per presunti “allarmi criminalità” (ad avvicinare a noi le crisi belliche sono, paradossalmente, le velenose parole dei movimenti fascioleghisti, sempre pronte a denunciare esodi e invasioni) oppure quando c’è da montare polemiche sul coinvolgimento di connazionali. Particolarmente brutale l’ultima riguardante il rapimento e poi la liberazione di due cooperanti italiane in Siria, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo: squallori su facebook, e articoli di Libero che li riprendono (“Mandiamole a lavorare per ridarci i soldi. La rabbia contro Greta e Vanessa”); sempre su questo quotidiano un editoriale di Belpietro, “Non stendiamo un velo sulle cooperanti italiane dei terroristi islamici” (il titolo dice della pensosa serietà dell’articolo), un sondaggio “Greta e Vanessa devono restituire i soldi del riscatto?” e un altro pezzo, “Macchè [sic] bambini: Greta e Vanessa curavano i ragazzi di Bin Laden” (tutti articoli facilmente reperibili in rete); le due donne definite le “stronzette di Aleppo” da Maurizio Blondet (3) e le “due suffragette lombarde” dal Giornale; e poi il tweet di Gasparri, che pare sia vicepresidente del Senato (ma lo è stato anche Calderoli, per cui tutto può essere): “Valeria e Greta, sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo”. La violenza di una parte importante della classe giornalistica e politica italiana emerge in questi casi in tutto il suo sessismo fino a ritirare in ballo, come ha fatto Italia oggi, il rapimento di Giuliana Sgrena in Iraq in un articolo giustamente fustigato sul Manifesto da Tommaso Di Francesco (4). L’operato delle due donne, che avevano sentito giusta vicinanza con gli orrori siriani e con i popoli di quel Paese, viene dileggiato, insultato, caricaturato, fino all’accusa più torbida di collusione con il nemico jihadista, la collusione sessuale che sporcherebbe/contaminerebbe definitivamente, secondo alcuni, l’operato delle due cooperanti. Che questa vile polemica abbia forti venature misogine mi sembra sia confermato dal fatto che qualcosa di simile non si è prodotto nel caso del rapimento, sempre in Siria, di Domenico Quirico e di Pierre Piccinin da Prata cui –sia subito scritto- va il mio immenso rispetto per il lavoro compiuto e la mia compassione per il dolore spaventoso inflitto loro da aguzzini spietati. Per loro –maschi- nessun trattamento squadristico da parte dei nostri organi di stampa, ma giusta riconoscenza e sollievo per il pericolo passato: eroi a prescindere sono invece i due marò –la cui prigionia è comunque penosa, in piena incertezza del diritto-, da molti scioccamente contrapposti alla fragilità, propria del genere femminile, di Greta e di Vanessa, spesso citate senza cognome, e di Giuliana Sgrena. I due marò ci hanno difeso, le due donnette vanno difese (e fanno spendere soldi, per farlo), mentre la terza è stata causa della morte di un uomo (Calipari, in realtà ucciso dall’ottusità violenta di soldati statunitensi): ecco, per alcuni, la differenza sostanziale, che è differenza di genere, espressione qui maschilisticamente declinata, tra tre donne salvate e tre uomini condannati.

Ma cos’è la Siria di Quirico e Piccinin da Prata, con sfumature pur importanti tra i due? È il “Paese del male”, schietto e netto, limpido di impurità e ipocrisia: “Il Male. Maiuscolo, perché si tratta di quel male inflessibile e senza rimedio che è mistero e stupore, che è incomprensibile e cieco dolore, ineffabile vergogna (…). Il Male non è costituito da insormontabili parole, bensì da eventi, azioni, gesti consapevoli. E quando questi gesti vengono compiuti da popoli interi, il Male si chiama Storia…”, questo nella “Premessa” Il Paese del male (5), firmata da Quirico, premessa di quattro pagine in cui si contano sedici occorrenze della parola Male, con o senza la maiuscola; questo è diventato la Siria, il “Paese di Satana” (p. 22 – qui è Piccinin da Prata a scrivere), dell’Avversario per eccellenza. Il Male Maiuscolo è tutto dei jihadisti, ma anche degli indifferenti soldati dell’Armata siriana libera, ormai trasformati in banditi, dei soldati di Assad, naturalmente, e di tutto un popolo, come avviene in American sniper secondo Clint Eastwood, qui parlando dell’Iraq: non c’è contesto internazionale, non ci sono lotte tra blocchi che si contendono un territorio (il blocco occidentale-saudita contro quello russo-iraniano, con la terza incognita rappresentata dallo Stato Islamico o da quello kurdo), non c’è una guerra che ha distrutto Paesi già devastati dalle tirannie. No, vi sono solo malvagi che godono nell’ infliggere umiliazioni, sofferenze e torture, e altri malvagi che godono nel vederle inflitte. Se nel film di Eastwood –tratto da una storia vera- a combattere il Male c’è uno sniper integerrimo, Chris Kyle, cresciuto nel culto delle armi e poi ucciso una volta tornato negli Stati Uniti da un reduce dall’Iraq, in Siria nemmeno questo. Oserei dire, però, che quanto lì accade non è certo una novità né è proprio di un popolo o di una religione: il Male come Storia è la Storia della nostra umanità nei suoi rapporti di forza e sete di terre, di terrore e di dominio, è quello “scandalo che dura da diecimila anni”, come scrive Elsa Morante nel suo inquieto romanzo del 1975, La storia, appunto. Quirico e Piccinin da Prata sembrano accogliere la versione più diffusa dello scontro di civiltà e di religioni: Quirico è stato umiliato “in quanto occidentale, in quanto cristiano” (pag. 14); ed ecco le nette antitesi: “…Cristo predica: ama il tuo prossimo (…). Il Profeta, per questa gente, invece ordina: uccidi colui che rifiuta di sottomettersi alla Legge (…). Il maomettano (…), sulla soglia della sua casa le sere del periodo di Ramadan, guarda il sole attendendo che sia abbastanza scuro per riempirsi la pancia per tutta la notte (…). La Quaresima cristiana, per contro, impone l’accompagnamento degli umili nello spazio della riflessione e della discussione di sé…” (pp. 68-9). Colpisce l’uso degli articoli determinativi (il maomettano, il cristiano), che rendono tutto assoluto e inconciliabile e che fanno accostare queste pagine di Quirico a certe di Oriana Fallaci nei suoi famosi pamphlet dopo l’11 settembre del 2001 (in realtà Quirico mi sembra più vicino a Tiziano Terzani, entrambi traditi –sia pure in modo diverso- da chi volevano capire e sostenere, i rivoluzionari siriani per il primo, i comunisti in estremo oriente per il secondo); articoli determinativi non attenuati dagli incisi, “Il Profeta, per questa gente,” e, più oltre, “l’Islam, così concepito,” (corsivi miei). Nelle pagine di Piccinin da Prata i richiami si fanno più vasti e corrono verso un passato remoto: “…Cerco invano di pregare. Di tornare a Dio. Ma è fatica sprecata. Provo ciò che probabilmente hanno provato i martiri cristiani al momento del supplizio…” (p. 160); e infine: “Nello scrivere questo libro, Domenico e io abbiamo cercato di restituire cinque mesi di sofferenze. Esso è la testimonianza sincera di due uomini, due cristiani perduti in terra pagana…” (p. 173), con quell’aggettivo, “pagana”, degno –sia detto senza ironia- dei canti più alti della Gerusalemme liberata. In questo dualismo lancinante e lancinato, si accendono pochi lumi, pochi squarci di umanità, che però si fanno largo in alcuni passaggi, come in queste parole che mi sembra aprano ad altre possibili letture della situazione: “…Ci uniamo così a un formidabile corteo, una folla immensa, tra cinque e diecimila persone (…). –Ce la faremo, Ahmad chiede un uomo a un ragazzino che gli tiene la mano. –Ce la faremo, papà!- Ci sono con noi dei vecchi, delle donne velate con i loro bambini, persino un gruppo di malati di mente, che non sono stati abbandonati…”, scrive Piccinin da Prata (p. 105). Questa folla in marcia, tra bombe e rovine – che tanto ricorda altre folle di sfollati, la Seconda guerra mondiale, Jugoslavia e Rwanda negli anni Novanta del secolo scorso – in cui i bambini consolano i padri e i malati di mente non vengono abbandonati, non dice qualcosa di diverso dalla tesi centrale del libro?

Il Paese del Bene è invece la Siria di Maram al-Masri, in Arriva nuda la libertà (6), raccolta di versi del 2014, tutti sotto il segno di madonna Libertà: libertà del popolo siriano dal dittatore (quell’Assad con la “maschera del corvo” di pagina 15) in uno schema politico classico, applicato al Vicino oriente, che vede le varie primavere arabe tentare di scrollarsi di dosso quello che Sonia Chamki, presidente dell’Associazione registi cinematografici tunisini, ha definito il doppio giogo “di due corani, uno conservatore e uno progressista” (7), di un corano laico brandito dall’esercito (i casi di Algeria e Egitto) e di un corano religioso di cui si è impadronito l’islamismo. Stretto in questa morsa tra autocrati presunti laici e oppositori islamisti, il mondo arabo sta faticosamente cercando la sua via, versando sangue su sangue. È però il Paese del Bene, ripeto, la Siria di Maram: “…Fin dal 15 marzo 2011, giorno in cui è sbocciata la primavera nel cuore del popolo siriano, inaridito dalla lunga privazione imposta dalla dittatura, l’immagine di questo popolo che si solleva mi perseguita giorno e notte (…). Il mio popolo non è impegnato in una guerra civile, ma in una rivoluzione democratica che finirà per trionfare. Questa rivoluzione ha mostrato non solo l’atrocità di cui l’essere umano è capace, ma anche la bellezza e la nobiltà di molteplici atti…” (8). Si tratta di una lettura risorgimentale del conflitto in atto, che non reputa centrali gli interessi internazionali, i bombardamenti a tappeto e l’avanzata di armate islamiste dall’ambigua natura: non perché la poeta ignori tutto ciò, ma perché il suo entusiasmo è ancora forte. Gli affetti, gli amori di Maram – tra l’altro buona parte della sua famiglia vive a Lattakia/Laodicea- sono i soli a restare in piedi, mentre tutto intorno crolla, e la loro esistenza sarà la pietra angolare da cui il Paese verrà ricostruito. Nel libro vi sono immagini prodigiose: “Avvolti nei loro sudari / i bambini siriani / sembrano caramelle da scartare…” (testo n° 18); intuizioni che rimandano all’uso brechtiano dell’apologo (testi n° 2, 13 e 19); versi di pura matrice antitirannica, impregnati di amor di patria e di condanna/colpa dell’esilio (“…Noi, gli esiliati, / soffriamo di una malattia incurabile: // l’amore per una patria / condannata a morte.”, testo n° 23); di denunce contro il dittatore e i suoi sgherri eleganti (come l’ “avvenente presentatrice” della TV di stato che chiede a un bambino chi siano i morti attorno a lui, i suoi genitori, e chi la bambina, viva: “…-Mia sorella, / si chiama Hurriya [Libertà]. // È nata ieri”, testo n° 25); di orrori dicibili e troppo simili a quelli di altri conflitti, Sarajevo ieri, e oggi Donetsk o Mariupol (“…La morte improvvisa come una tempesta / spazza via le persone / in fila / per comprare il mazut…”, testo n° 39). E poi nude, proprio come la libertà, le cifre: “…Fino a questo giorno di marzo 2014 ci sono stati più di 250.000 vittime e 8 milioni di profughi…” (p. 6, nell’Introduzione); “15 marzo 2013: 5.000 bambini uccisi” (testo n° 16); “15 marzo 2013: 6.000 donne prigioniere” (testo n° 32); “15 marzo 2013: 1.364.268 rifugiati” (testo n° 33). I corpi non sono più interi ma vengono fissati in istantanee che isolano spesso un tenere/trattenere qualcosa che non è già più o che potrà essere perso: ecco le numerose occorrenze delle parole “braccia/braccio/stringere”, soprattutto nella prima parte della raccolta, e in quel testo perfettamente costruito che leggiamo a pag. 17: “Lo avete visto? // Teneva il figlio in braccio / e si faceva largo a passo spedito / camminando dritto e a testa alta. // Quel figlio si sentirebbe tanto orgoglioso e felice / se solo fosse / vivo.”, dove l’enjambement tra i due versi conclusivi rovescia la gloria e la fierezza nella desolazione del loro contrario. Come sopra scritto, nel racconto di Quirico e Piccinin da Prata, nel film di Eastwood e nelle poesie di Maram al-Masri, il contesto in cui le rispettive narrazioni sono inquadrate è tagliato fuori, perché considerato ininfluente allo sforzo di comprensione, ma solo in Arriva nuda la libertà questo taglio permette di intuire qualche sentiero di salvezza tra le orribili macerie.

Vengono crudelmente puniti soprattutto i popoli e gli Stati in cui più si era incarnata, storicamente, la diversità: il Libano, la Jugoslavia e la Siria, negli ultimi quarant’anni. Il futuro sarà monoetnico/monoreligioso o non sarà? Paesi dell’est europeo (l’antico yiddishland) quasi senza più ebrei, così come tutto il Maghreb (restano importanti presenze ebraiche solo in Tunisia, qualcosa in Marocco), l’Iran e l’Iraq de-ebreizzati in modo sistematico; Iraq e Siria in via di de-cristianizzazione; un Israele in cui la minoranza araba è sempre più marginalizzata e oppressa; una ex Jugoslavia con le comunità che si guardano in cagnesco, dove ancora convivono, e l’Ucraina (una guerra intercristiana, lo ha finalmente riconosciuto anche papa Bergoglio), la Nigeria, e mille altri esempi di un odio per l’altro e l’altra che fa disperare ma che invece dovrebbe far gridare e agire contro i prìncipi di questo mondo, e del vecchio mondo, in questi casi particolari, Eurasia e Africa sottosopra.

Questa Lettera Marrana finisce là dove aveva provato a cominciare, nella Francia ferita di “Charlie Hebdo”, del negozio kasher di Porte de Vincennes e dei giorni della caccia agli assassini. 17 morti, tra cui uomini e donne delle forze dell’ordine, più i terroristi, appartenenti alle frange più radicali dell’islamismo. A Porte de Vincennes sono state uccise persone che si presupponevano appartenere alla razza giudaica (per usare termini della più ottusa propaganda antisemita), nella sede del settimanale satirico sono state uccise persone intimamente nostre, uomini e donne della compagnerìa ancora in piedi, sangue del nostro sangue, a pugno chiuso e vasto che include le più diverse famiglie formatesi nel decennio dei movimenti (e qualcuno anche prima, come Wolinski) o che in questo hanno avuto solide radici, “una banda di anarchici, erotomani, miscredenti, surrealisti, blasfematori” (9). Questo a noi tutte e tutti mancherà, lutto di compagnerìa amputata da islamisti figli d’un Islam tradito e cupo di rancore, pericolosi per miseria intellettuale, sociale, economica; ma anche d’una Francia che è ben lontana dall’aver risolto i suoi problemi con i mondi da lei evocati e mescolati in due secoli di progetto illuminista. Questo lutto hanno onorato i milioni di persone scesi in piazza dopo i giorni del crimine e della tensione estrema: camaraderie accanto a fraternité, partigianeria, recupero del legame sociale come punto primo di un immaginario programma politico, recupero della città come luogo di conflitto alto e di liberazione, e non divisa in ghetti tra di loro ostili. Alle leggi assurde del capitale e delle religioni che a questo si sposano, rispondere con altre norme e categorie valoriali. Una canzone del 1993 di Alain Souchon, “Foule sentimentale”, denunciava il disprezzo dei leader politico-economici nei confronti del popolo (“il faut voir comme on nous parle”, guardate come ci parlano, come ci trattano: centralità dell’uso triviale della parola dall’alto contro il basso, ieri come oggi anche da noi con le battutacce e i tweet di più d’un Presidente del consiglio) e proponeva un modello antico e nuovo di gente, in attesa di cambiamenti e assetata d’altro (“des choses pas commerciales”, di roba che non si venda né si compri). Da allora più di vent’anni perduti, di crimini economici, di terrorismi e di guerre, ma anche di qualcosa vivo sotto, che si tramanda e di tanto in tanto risale in superficie. Niente è mai definitivamente acquisito, e niente è mai perduto definitivamente. Ma questa riconquista costerà numerosi scontri e disordini nei quartieri, nelle scuole, nelle vie delle nostre città: qualche giorno fa a Nizza tre soldati feriti da un povero fanatico mentre proteggevano un centro culturale ebraico, e altre immense microfratture che stanno affaticando duramente il corpo della Francia, e anche dell’Europa. Tutto così si è avvicinato, questo sì definitivamente.

(1) Roberto Bongiorni, “Libia, se fallisce la mediazione ONU, intervento più vicino”, Il Sole 24ore”, 11.01 2015. La confusione tra “islamico” (proprio dell’Islam) e “islamista” (proprio delle correnti radicali dell’Islam politico) mi sembra sia pigramente voluta. Lo stesso aggettivo “moderato” a volte applicato all’Islam di certi fedeli di casa nostra, mi sembra errato e offensivo.

(2) In R. Bongiorni, cit.

(3) Questo intervento, non sulla grande stampa ma significativo della miseria intellettuale in ambiente giornalistico, è tutto da leggere, per capire: http://ilpuntodiprato.altervista.org/le-stronzette-di-aleppo-di-maurizio-blondet/

(4) Ecco un passo dell’articolo su “Italia oggi” (http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1954357&codiciTestate=1&sez=giornali&testo=giuliana+sgrena&titolo=Diritto%20&%20Rovescio): «Le due ragaz­zotte sono delle oche che hanno messo stol­ta­mente in gioco, per nulla, le loro vite ma anche quelle degli altri, come capitò con un’altra oca giu­liva più attem­pata (Giu­liana Sgrena del Mani­fe­sto, che si era pre­sen­tata con il suo regi­stra­to­rino in un covo ter­ro­ri­sta, pro­tetta solo dal suo entu­sia­smo naïf e la cui libe­ra­zione pro­vocò la morte del fun­zio­na­rio del Sismi Nicola Cali­pari, che l’aveva liberata)…». L’articolo di Tommaso Di Francesco è “Immondezzaio Oggi”, Il Manifesto, 17.01 2015.

(5) Pag. 22 in Domenico Quirico – Pierre Piccinin da Prata, Il Paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria, Vicenza, Neri Pozza, 2013, pp. 175. Nell’ultimo libro di Quirico, Il grande califfato (Vicenza, Neri Pozza, 2015, pp. 234) il Male viene così definito: “…in Siria la violenza di quattro anni ha determinato una sorta di afasia dei rapporti sociali, quello che io chiamo il Male…” (p. 16), assumendo una diversa connotazione rispetto al testo del 2013. Anche nel volume del 2015, però, la tesi dello scontro di civiltà è accettata: dinanzi a noi ci sarebbe un nuovo Nemico per il secolo che viene, nemico non scelto da noi ma che ci ha dichiarato guerra…” (p. 20).

(6) Maram al-Masri, Arriva nuda la libertà, Salerno, Multimedia, 2014, pp. 99.

(7) Tunisi 2013. Femminismo e democrazia”, intervista di Valentina Porcheddu alla regista Sonia Chamki, in Il Manifesto –ALIAS, 29.12 2013, pagg. 14-15.

(8) Maram al-Masri, op. cit., pp. 5 e 6.

(9) Judith Revel, in “La République delle differenze”, Il Manifesto, 16.01 2015.

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