Sintesi della relazione di Paolo Ferrero al Comitato Politico Nazionale del 9/10 marzo 2013

di circolomanifestotrieste

Voglio cominciare questa relazione ringraziando i compagni e le compagne di Rifondazione Comunista per il grande e generoso lavoro fatto in campagna elettorale. Senza il vostro lavoro non ci sarebbe stata la campagna elettorale sui territori ed è il segnale dell’importanza e dell’indispensabilità di questa comunità rappresentata dal Partito della Rifondazione Comunista.

L’insuccesso elettorale ha frustrato questa comunità ma non l’ha cancellata. Volevamo un riconoscimento delle nostre ragioni e non l’abbiamo avuto. E di ragioni ne abbiamo tante perché in questi anni siamo stati in tutti i movimenti e molto lavoro politico è stato fatto. Dobbiamo quindi aprire una discussione a tutto campo per capire cosa dobbiamo cambiare, che coinvolga tutti i compagni e le compagne, perché questa comunità politica rappresenta il principale patrimonio da cui ripartire. La messa a disposizione del proprio mandato da parte della segretaria nazionale ha proprio questo fine: Le elezioni nazionali e regionali hanno segnato la nostra sconfitta, vogliamo aprire un confronto vero, un approfondimento non rituale sui nostri limiti e sui nostri errori. Queste dimissioni non sono e non vogliono essere in nessun modo un segnale di scarico di responsabilità o peggio ancora di fuga. Sarebbe gravissimo per un gruppo dirigente che ha il dovere di non abbandonare la barca nel momento in cui fa acqua: sarebbe irresponsabile.

 

Uno Straordinario Congresso.

 

In questo contesto non abbiamo bisogno di una resa dei conti all’interno del gruppo dirigente – che sarebbe un atto distruttivo del partito – ma di aprire una straordinaria fase di discussione che ridefinisca il ruolo dei comunisti nell’attuale fase politica. Il centro della nostra attenzione deve essere la ridefinizione di una proposta politica all’altezza dei problemi, scavando, analizzando, discutendo, in un percorso che riconsegni il destino del partito a tutti gli iscritti e le iscritte.  A Rifondazione Comunista serve una proposta politica forte, non una rissa: per questo vi proponiamo di fare non un congresso straordinario ma uno straordinario congresso evitando due scorciatoie:

 

Da un lato pensare che sia tutto già chiaro e quindi che si debba fare un congresso in fretta e furia pensando che cambiando questo o quel particolare, questo o quel dirigente si possa vincere. Se era tutto già chiaro lo potevamo fare prima e non si capisce perché invece – e parlo della maggioranza – le scelte di fondo le abbiamo fatte sempre con un largo consenso.

 

La seconda scorciatoia sarebbe quella di analizzare la nostra crisi isolandola dal resto del paese, guardando solo noi e il nostro ombelico. Quando il fascismo ha vinto in Italia il gruppo dirigente comunista non si è accapigliato alla ricerca di capri espiatori ma ha ricominciato a riflettere sui nodi di fondo producendo le Tesi di Lione. Noi non siamo in una situazione così drammatica ma dobbiamo avere la stessa serietà e responsabilità di quella generazione di comunisti e comuniste nel ridefinire i nostri compiti.

La discussione deve quindi essere approfondita. Le elezioni hanno infatti segnato la chiusura di più cicli politici e sociali e noi dobbiamo collocare la nostra sconfitta nel contesto. Per non fare che tre esempi parziali.

In primo luogo stiamo assistendo alla fine del ciclo del movimento operaio e sindacale così come si è costruito dopo la seconda guerra mondiale. Vi è una crisi verticale del sindacato che vede la demolizione del contratto nazionale di lavoro e la de regolazione totale del mercato del lavoro in entrata e in uscita. Il fallimento della concertazione non ha dato luogo ad una nuova linea ma alla ricerca – fallita – del governo amico. Questo ha determinato in un contesto di ignavia delle dirigenze sindacali l’assenza dell’organizzazione del conflitto di classe dal basso in presenza di un violentissimo conflitto di classe agito dall’alto. Questa assenza, che caratterizza negativamente l’Italia rispetto a tutti i paesi europei – ha determinato le caratteristiche del conflitto politico che non ha più alcun riferimento al conflitto di classe. Noi non possiamo più giocare in difesa.

In secondo luogo la fine della Seconda Repubblica e del bipolarismo che vengono sommersi dalle proprie macerie. Il grande successo di Grillo utilizza il senso comune prodotto nella seconda repubblica come arma distruttiva contro il palazzo. Le elezioni non ci forniscono l’uscita dalla seconda repubblica ma la sua crisi organica che è destinata a proseguire: non siamo alla pagina finale di questa vicenda e noi non possiamo più giocare in difesa.

In terzo luogo abbiamo la crisi di Rifondazione Comunista. Noi abbiamo subito una sconfitta e questo non ci permette di andare avanti come prima, rischiando di consumarci un po’ alla volta. Si chiude una fase e se ne apre un’altra. Dobbiamo partire dalla crisi del progetto politico di rifondazione comunista per ridefinirlo. Neanche qui possiamo più giocare in difesa. Dobbiamo ridefinire il senso della proposta comunista oggi sia nelle forme organizzative che nei contenuti. Vogliamo certo diventare un partito comunista di massa ma oggi non lo siamo e non possiamo diventarlo a breve. Sbagliato continuare a far finta di esserlo in sedicesimo, dobbiamo fare una rifondazione della rifondazione comunista.

 

Questo è il tempo della riflessione sulla sconfitta, sulle sue ragioni e sulle strade attraverso cui uscirne. Un tempo della riflessione che non può essere brevissimo perché oggi non abbiamo a disposizione gli elementi per produrre una nuova politica: occorre studiare ed evitare di ripetere le cose che già sappiamo, che già abbiamo sperimentato e che già non hanno funzionato.

Dobbiamo aprire il tempo della riflessione per poter riaprire il tempo dell’azione, per dar vita ad un progetto all’altezza al livello dello scontro che vedo oggi l’alternativa tra socialismo o barbarie. La barbarie non è una evocazione retorica, l’abbiamo vista nei morti di Perugia nelle sue forme più crude e disperanti. Il nostro compito è quello di partire dalla nostra delusione e della nostra passione per aprire una riflessione che ci permetta di dar vita ad una azione efficace.

 

Per cominciare la riflessione.

 

Dobbiamo innanzitutto cominciare la riflessione a partire dall’analisi approfondita dei risultati elettorali.

Com’è evidente le elezioni ci consegnano un quadro politico terremotato rispetto alla situazione precedente e con enormi difficoltà a dar vita ad un governo stabile. Ho citato molte volte Weimar per descrivere la situazione italiana, questo riferimento è tanto più corretto oggi. Oltre al bipolarismo è la Seconda Repubblica che è crollata in questa tornata elettorale. A partire da questo dato vorrei sottolineare due elementi. In primo luogo il voto è stato contro il sistema politico, per certi versi contro l’Europa e contro l’austerità. In particolare va sottolineato come l’assenza di un conflitto di classe generale – con una enorme responsabilità del sindacato – ha consegnato appieno il disagio sociale al tema della lotta al sistema politico e ai privilegi della “casta”.  Così nelle elezioni ha vinto Grillo che ha rappresentato in pieno queste istanze, ha perso meno di quanto previsto Berlusconi, mentre è stato punito chi ha rappresentato le politiche dell’austerità (Monti) e chi più di tutti si è fatto carico nell’anno scorso della stabilità del quadro politico per realizzare quelle politiche (PD). Il terremoto non è quindi “neutro” ma sia pure in forme confuse esprime un disagio profondo verso le politiche di austerità.

La seconda considerazione è che non dobbiamo scambiare questo terremoto con una rivoluzione. Non ci troviamo davanti all’apertura di una nuova fase ma all’esplicitarsi e all’aggravarsi della crisi organica della seconda repubblica e delle politiche neoliberiste. Dalle elezioni non emerge una alternativa ma l’amplificazione della crisi organica del sistema, politico in primo luogo.

 

In questa situazione è difficile fare previsioni ma a me pare che tre sono le possibilità che si aprono.

 

La prima, che io auspicherei, è quella di un positivo dialogo tra PD e Grillo. La auspicherei perché sarebbe una risposta alla domanda sociale emersa nelle elezioni, sarebbe la rottura dell’impermeabilità del quadro politico alle istanze sociali. Questo aprirebbe in modi certo contraddittori una possibilità di uscire positivamente dalla crisi della seconda repubblica.

La seconda è che a fronte dell’ingovernabilità – e magari sotto la pressione dei famosi “mercati internazionali” – si costituisca un governo di emergenza che fa le riforme istituzionali – o firma il memorandum con la BCE – per rendere governabile “a forza” un paese ingovernabile in forme democratiche. Sarebbe un ulteriore salto di qualità di forzatura dei poteri forti, in piena continuità politica con il governo Monti.

La terza è che si torni immediatamente alle elezioni, non necessariamente per scelta ma magari per un incidente di percorso. In questo quadro sono poi possibile molte variabili, come ad esempio il tentativo da parte della lega Nord, di utilizzare il governo delle regioni del nord per praticare uno scasso istituzionale, ami come oggi all’ordine del giorno.

Non faccio previsioni – che dubito siano fattibili – e mi limito a richiamare un ultimo elemento. All’interno delle elezioni occorre analizzare a fondo il grande successo di Grillo, che segnala tendenze di fondo della società italiana. Dobbiamo rifuggire da semplificazioni analitiche che non ci servono a nulla se non a metterci in pace la coscienza. Grillo fa leva sul senso comune di massa così come è stato prodotto da un ventennio berlusconiano e lo contrappone al sistema politico. Nella contrapposizione tra popolo e “partiti” vi è la cifra politica del successo di Grillo: sufficiente a scardinare un sistema in crisi, non a ricostruire una nuova realtà. Per questo credo che Grillo rappresenti un punto di passaggio della crisi più che il suo esito definitivo. Da questo punto di vista Grillo è indubbiamente un effetto – non neutro ma un effetto – piuttosto che una causa della deflagrazione del sistema o una soluzione alla stessa. Il punto non è la demonizzazione di Grillo ma la comprensione della ragione del suo successo al fine di riformulare in modo efficace la nostra proposta politica di alternativa al neoliberismo e al capitalismo.

 

La sconfitta di Rivoluzione Civile

 

In questo contesto abbiamo il pesante insuccesso della lista Rivoluzione Civile.

In primo luogo è evidente che il modo in cui siamo riusciti a dar vita a Rivoluzione Civile è stato piuttosto abborracciato. Una parte delle forze che hanno dato vita a RC lo hanno fatto per necessità più che per convinzione e data la scarsità di tempi non vi è stato alcun percorso democratico nella costruzione delle liste. Questo ha pesato moltissimo sacrificando territori, rappresentanza di genere e presenza dei movimenti. Il tutto è risultato piuttosto contraddittorio con assenze – penso a Nicoletta Dosio e Vittorio Agnoletto – che hanno pesato moltissimo.

In secondo luogo penso però che le elezioni le abbiamo perse in campagna elettorale. La lista aveva una potenzialità di voto ben maggiore del 2% e tutti coloro che hanno fatto campagna elettorale lo hanno toccato con mano. Nella chiarezza che il superamento della soglia da parte di Rivoluzione Civile non avrebbe magicamente risolto tutti i problemi, voglio però chiarire che si poteva fare meglio. Per non citare che due problemi, la scarsa presenza dei temi sociali nel profilo complessivo della lista ed un continuo tentennamento nei confronti del PD che non ha permesso la definizione di una identità forte della lista. I limiti di impostazione e gestione della campagna elettorale hanno pesato molto: Chi votava PD votava per il meno peggio, chi votava Grillo votava per bastonare il palazzo, non siamo riusciti a comunicare chiaramente a cosa serviva il voto a Rivoluzione Civile. Io penso cioè che il risultato elettorale negativo non era iscritto nella presentazione della lista Rivoluzione Civile – pur con tutti i suoi limiti – ma sia stato il frutto di una incapacità di dare il senso compiuto di alternativa che pure nel programma di Rivoluzione Civile era assai ben espresso. Questo è a mio parere il punto politico centrale su cui occorre riflettere e scavare: la capacità di dotarsi di una cultura e di una proposta politica in grado di reggere a livello di massa il nodo dell’utilità di una sinistra antiliberista nel nostro paese.

 

Questo insuccesso non mette in discussione a mio parere l’indirizzo politico di fondo. Credo che sia stato giusto perseguire l’obiettivo di una lista di sinistra autonoma dal centro sinistra. Penso che abbiamo fatto bene a posizionarci duramente contro il governo Monti, a dar vita alla manifestazione del 12 maggio contro il governo Monti ed a operare affinché la FdS diventasse il punto di coagulo di una alternativa di sinistra. Purtroppo dopo la manifestazione del 12 maggio la scelta degli altri soggetti della Federazione della Sinistra di inseguire il PD, hanno pesantemente indebolito questa prospettiva. Nonostante questo abbiamo continuato a cercare un percorso unitario a sinistra con la manifestazione No Monti day del 27 ottobre sia con Cambiare si può che da ultimo con Ingroia. Nella discussione che dobbiamo aprire dobbiamo dirci chiaramente se confermiamo o meno l’obiettivo che abbiamo perseguito in questi anni e mesi. La mia posizione è SI, noi dobbiamo lavorare per una sinistra antiliberista dotata di un proprio progetto politico autonomo dal centro sinistra.

 

Che fare.

 

In questo contesto destabilizzato, in una situazione molto aperta, dobbiamo mettere alcuni punti fermi.

Innanzitutto, se l’alternativa che abbiamo davanti è tra socialismo o barbarie, ritengo necessario ribadire la necessità in Italia di un partito comunista all’interno di una efficace sinistra antiliberista. Non si tratta di una discussione burocratica ma piuttosto di ragionare sui nodi fondanti il senso della nostra militanza comunista qui ed ora. Lo dobbiamo fare tenendo d’occhio le scadenze politiche ravvicinate ma soprattutto aprendo un dibattito di fondo che abbia al centro due elementi.

 

In primo luogo che il patrimonio di militanza, di idee, di cultura politica e di linea politica costituito da Rifondazione comunista è decisivo ed indispensabile. Rifondazione Comunista, deve innovare profondamente le modalità di funzionamento e di organizzazione, ma rappresenta oggi – pur nelle difficoltà – la principale risorsa per la costruzione di un polo della sinistra di alternativa in Italia. Non dobbiamo disperdere questo patrimonio fondamentale. Dobbiamo quindi avere grande cura del partito e questa cura deve essere finalizzata ad una ridefinizione piena del senso del partito della rifondazione comunista oggi. In questi anni abbiamo fatto alcune innovazioni culturali ma sostanzialmente abbiamo proseguito in sedicesimo con il partito che avevamo prima. Abbiamo detto che volevamo fare il partito di massa e non lo siamo mai stati. Dobbiamo partire da una analisi impietosa dei nostri limiti per ricostruire un partito militante in grado di costruire e connettere le lotte, fare battaglia culturale, raccontarsi invece di venir raccontato. Dobbiamo costruire sul serio un partito sociale, in grado di ridefinire il senso e l’utilità della militanza comunista, consapevole della propria identità senza essere settario.

 

In secondo luogo la necessità di riprogettare in modo unitario ed innovativo un percorso fondativo della sinistra antiliberista che raccolga tutti coloro che sono disponibili a questa prospettiva, a partire da coloro che la condividono all’interno di Rivoluzione Civile. Si tratta di dar vita ad un processo democratico e partecipato che superi i limiti pattizi che hanno caratterizzato tanto la federazione della Sinistra che Rivoluzione Civile. Occorre proporre un percorso di aggregazione basato sul principio di “una testa un voto”. Un percorso paritario e partecipato con cui dar forma ad un processo di fondazione di una soggettività politica della sinistra di alternativa.

 

Per fare questo abbiamo bisogno di un grande percorso di analisi, discussione ed elaborazione. Abbiamo bisogno di uno “straordinario congresso”. Non ci serve un congresso straordinario che litiga sui gruppi dirigenti senza fare un passo in avanti sull’elaborazione politica. Sarebbe una scelta sciagurata che rischia di dissolvere il partito. Abbiamo bisogno di uno straordinario congresso che abbia tempi e modi di svolgimento in grado di rispondere ai problemi che abbiamo dinnanzi.

 

In primo luogo occorre cominciare subito un percorso di coinvolgimento del partito e di ascolto del partito cominciando dagli attivi di circolo e di tutte le federazioni. Dobbiamo aprire un percorso di discussione collettiva che dia la parola ai compagni e alle compagne in un percorso di ricostruzione della soggettività del partito, fino ad arrivare ad una assemblea nazionale dei segretari di circolo. A tal fine è utile prevedere riunioni periodiche dei segretari regionali e delle grandi federazioni.

 

In secondo luogo dobbiamo far partire immediatamente un percorso di discussione sui principali nodi politici aperti davanti a noi. Per citarne alcuni: Affinare le nostre proposte sulla crisi economica , con particolare riguardo all’Europa. Una analisi approfondita della realtà sociale del paese e della composizione di classe nelle sue determinazioni specifiche. Una analisi approfondita del fenomeno grillino. Una riflessione sulla crisi della seconda repubblica e sulla modifica del rapporto tra aggregazioni sociali e rappresentanza. Un approfondimento del tema della comunicazione come punto strategico nella società dello spettacolo in cui è vero solo cosa appare. Una analisi delle diverse esperienze di unità della sinistra a partire dall’Europa e dall’America latina. Una discussione su come si forma la soggettività in un contesto di atomizzazione sociale crescente. Ho citato alcuni temi per dare il senso della qualità della riflessione che dobbiamo fare al fine di dotarci degli elementi fondamentali per poter elaborare una proposta politica che ci faccia uscire dalle secche.

 

In terzo luogo, occorre arrivare entro la fine dell’anno a tenere il congresso vero e proprio e tutta l’attività di elaborazione deve convergere nella costruzione partecipata della nostra proposta politica. Per questo proponiamo che già oggi si definisca di tenere il congresso entro la fine dell’anno. Propongo di eleggere subito la commissione politica con il compito di costruire gli incontri di approfondimento di cui abbiamo parlato e far confluire questa elaborazione partecipata dentro la costruzione dei materiali congressuali.

 

A tal fine propongo che questo CPN

 

Definisca il congresso e nomini la commissione politica.

Individui i punti di approfondimento su cui lavorare sia all’interno che all’esterno del partito.

Definire il coordinamento periodico dei segretari regionali e di grandi federazioni.

Dare mandato alla segreteria nazionale di rimane in carica per garantire il proseguimento dell’iniziativa politica del partito e della gestione amministrativa fino al congresso.

Decidere la nostra partecipazione alle manifestazioni delle prossime settimane a partire dal No ponte, No tav e No muos.

Definire una proposta politica di iniziativa politica di denuncia dei giochi politici che caratterizzano l’attuale parlamento mentre il paese va alla malora.

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